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Delitti dei deboli e dei potenti. Esercizi di anticriminologia - Vincenzo Ruggiero - copertina
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Delitti dei deboli e dei potenti. Esercizi di anticriminologia
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Delitti dei deboli e dei potenti. Esercizi di anticriminologia - Vincenzo Ruggiero - copertina

Descrizione


Nelle scienze sociali esiste un diffuso complesso di inferiorità che spinge gli studiosi a cercare le cause universali dei fenomeni, pena l'esclusione dalla comunità accademica. Negli "esercizi di anticriminologia" qui presentati, l'autore evita la ricerca di un peccato originale che spieghi i fenomeni criminali. Si limita a descrivere e analizzare dei casi, lasciando al lettore il giudizio sulla loro legittimità e sulle procedure che ne consentono la definizione come criminali. Ruggiero osserva, peraltro, che le cause sottese a una certa condotta criminale in un determinato contesto sono esattamente opposte alle cause che sottendono simili condotte in altri contesti. Questa "causalità degli opposti", che attraversa ognuno degli "esercizi" qui raccolti, viene applicata simultaneamente ai delitti dei deboli e ai delitti dei potente. Nella prima parte del libro si esaminano le attività criminali che ruotano intorno all'economia delle droghe illecite. La seconda parte si occupa del traffico illegittimo di materiali bellici e di esseri umani, e della corruzione politica e amministrativa in Italia, Francia e Regno Unito.
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Venditore:

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Informazioni:

Delitti dei deboli e dei potenti

Dettagli

1999
221 p.
9788833911458

Voce della critica


recensioni di Armao, F. L'Indice del 1999, n. 07

Tracciare un confine vuol dire, sempre, delimitare uno spazio. Si può trattare di uno spazio mentale, concettuale, o di uno spazio storico, geopolitico. In entrambi i casi, si compie un’operazione finalizzata a organizzare un’entità (teorica o fisica) che diversamente rischierebbe di sfuggirci di mano; vuol dire, in sostanza, mettere ordine distinguendo. Nulla di male in ciò, anzi, dividere cioè classificare è un’operazione utile, a volte necessaria, purché si adottino dei criteri validi e, soprattutto, non assiomatici. Il confine unisce nell’istante stesso in cui separa, è un "limite", oltre che variabile, per natura valicabile; in realtà è proprio il suo superamento che ne sprigiona appieno il potenziale euristico.

Pensiamo al confine tra lecito e illecito e proviamo ad applicarlo al mercato: avremo una delle più illuminanti verifiche di quanto appena detto. Distinguere tra comportamenti legali e altri criminali nel campo dell’economia ha un’importante funzione descrittiva: ci permette di distinguere, ad esempio, tra il normale imprenditore e l’imprenditore mafioso. Ma non solo: spiega (o contribuisce a spiegare) la natura di un certo mercato. La presenza di un numero consistente di attori che agiscono illegalmente sta a indicare l’alterazione dei meccanismi della concorrenza: chi non rispetta le regole lo fa per acquisire un vantaggio irregolare nei confronti dei propri diretti competitori. Inoltre, quel confine col tempo si è andato adeguando ai mutamenti di costume: mestieri un tempo messi all’indice (nel Medioevo, tra gli altri, quelli legati alla circolazione del denaro) si trovano oggi al vertice della gerarchia sociale. Parafrasando Le Goff, chi è disprezzato nell’anno mille può ben occupare il massimo rango nel Duemila.

L’ormai lungo percorso di ricerca di Vincenzo Ruggiero – avviato con La roba: economie e culture dell’eroina (Pratiche, 1992), purtroppo da tempo introvabi-
le, e proseguito con Economie sporche. L’impresa criminale in Europa (Bollati Boringhieri, 1996) – va proprio nella direzione di discutere la natura del confine tra lecito e illecito nell’economia, preoccupandosi però anche di comparare i meccanismi interni delle due sfere del mercato e scoprendo a volte inquietanti analogie. Ad esempio, quando rileva che anche nelle economie sporche, come quella della distribuzione delle droghe illecite, si riproducono barriere legate alla razza o al sesso; o quando dimostra che le possibilità di successo sono maggiori per chi tra i criminali dispone di ampie risorse, smentendo quindi il luogo comune che il crimine sia di per sé un meccanismo di promozione sociale per i diseredati.

Rispetto a Economie sporche, dove si era preoccupato anzitutto di definire quella zona grigia in cui il lecito convive di fatto con l’illecito, appunto, qui fa un ulteriore passo avanti distinguendo l’analisi delle forme di criminalità convenzionale (prima parte) da quella delle forme di criminalità che definisce dei potenti, e che risultano favorite piuttosto dal fatto che ambiti crescenti dell’economia vengono sottratti a qualsiasi tipo di regolamentazione (seconda parte). Gli otto saggi raccolti nel volume, quindi, spaziano dallo studio del mercato delle droghe, in cui Ruggiero rileva tra l’altro il passaggio da una fase "fordista", che comporta nelle mansioni di rango inferiore la perdita crescente delle "abilità professionali" e una crescente frammentazione del lavoro, a una "toyotista" in cui trionfa "la criminalità ‘giusto-in-tempo’, che risponde agli umori mutevoli della domanda e alla varietà e volatilità dei consumi", all’approfondimento dei diversi modelli di corruzione politica e amministrativa in Italia, Francia e Gran Bretagna. Ciascuna delle due parti del volume è seguita da un Intermezzo dedicato, il primo, a riassumere il dibattito tra proibizionisti e legalizzatori, sforzandosi poi però di approfondire quali siano le conseguenze "logiche" di entrambe le posizioni sul modo di concepire il drogato e, infine, a quali condizioni sia pensabile una sua riabilitazione; il secondo, a un’originale ricostruzione della concezione settecentesca inglese dell’etica del mercato attraverso la lettura dei romanzi e dei saggi di Daniel Defoe, scrittore di grande successo ma pessimo imprenditore.

L’intero libro è attraversato da un unico filo rosso "anticriminologico" (già presente, peraltro, in Economie sporche) consistente "nel rifiuto (…) di una teoria universale del crimine". Non ha alcun senso, rileva Ruggiero, tentare di ricondurre ogni forma di criminalità a una sola variabile esplicativa. E i risultati delle sue ricerche sembrano dargli ragione. Ciò non toglie che esistano oggi alcuni aspetti del problema forse più rilevanti di altri. È il caso della relazione tra crimine dei potenti e crimine organizzato. A Ruggiero non sfugge nemmeno questo aspetto, che prende in considerazione in particolare nel capitolo 5, dedicato all’approfondimento del reato del traffico di armi e di esseri umani. Anche qui l’autore rifugge dalle spiegazioni più ovvie, osservando che, per quanto esista certamente una comunità di intenti tra gruppi imprenditoriali ufficiali e organizzazioni criminali, non sempre i primi sono disposti a condividere con i secondi i benefici derivanti dai traffici illeciti e che, così pure, non ci sono elementi sufficienti per sostenere che le mafie pretendono di monopolizzare tali traffici: a ben vedere, "l’economia legittima, a volte, è in grado di fornire a se stessa i servizi illegittimi che comunemente vengono erogati dal crimine convenzionale". Ciò che, semmai, è rilevabile è che "nei ‘mercati di guerra’ che caratterizzano i paesi in transizione turbolenta (ex Jugoslavia, Albania e alcuni paesi dell’ex blocco sovietico) i servizi del crimine organizzato convenzionale appaiono ancora insostituibili".

Ma in un’ottica braudeliana di lungo periodo (Fernand-Paul Braudel, del resto, è autore che Ruggiero stesso cita), tuttavia, è forse possibile cogliere una linea tendenziale di sviluppo. È possibile, in sostanza, che il successo che le mafie stanno riscuotendo nel mercato capitalistico, documentato dalla diffusione di questo genere di organizzazioni in ogni parte del pianeta e dalla crescente attenzione con cui le istituzioni finanziarie internazionali guardano ai rischi di una loro infiltrazione nell’economia legale, dipenda dalla loro capacità di far circolare merci e denaro. In quest’ottica i mafiosi assumerebbero il ruolo, più che di imprenditori, di "mercanti sulla lunga distanza": facendo propria la funzione che in secoli passati era stata, ad esempio, delle grandi compagnie commerciali, i clan si servirebbero dell’enorme disponibilità di risorse finanziarie ottenute "saccheggiando" il territorio per gestire i traffici internazionali di droga, armi, schiavi. Non più episodico, quindi, il loro contributo al mercato globale diventerebbe sistemico, e tanto più significativo quanto più il capitalismo affida i propri destini alle logiche speculative della finanziarizzazione, piuttosto che ai meccanismi produttivi dell’industrializzazione. Le mafie, in altri termini, starebbero dando vita a vere e proprie economie-mondo che riprodurrebbero anche le regole di quelle del passato: irradiandosi a partire da alcune aree capitalistico-mafiose, il cui centro coincide con la città di maggior transito commerciale; espandendosi lungo le rotte determinate dalle esigenze commerciali, cioè dai circuiti di domanda e offerta dei "beni di lusso" da esse smerciati; creando in un numero sempre crescente di località di approdo propri insediamenti stabili; instaurando tra di esse relazioni di scambio il più delle volte non conflittuali.

Se una simile prospettiva di sviluppo si rivelasse fondata, sarebbero i potenti, molto più dei deboli, ad avvantaggiarsene maggiormente nel commettere i propri delitti. Ha ragione infatti Ruggiero quando, nella conclusione, rileva che "le ineguaglianze sociali determinano gradi diversi di libertà (…). Maggiore la libertà goduta, maggiore (…) la gamma delle scelte, maggiore il repertorio di decisioni e la possibilità di prevederne realisticamente gli esiti". Chi è più potente possiede certamente maggiori libertà e, soprattutto, "maggiore possibilità di attribuire le definizioni di criminalità agli altri e di respingere quelle che gli altri gli attribuiscono. Ha anche maggiori possibilità di controllare gli esiti della propria condotta criminale, generalmente non facendola apparire come tale". Chi è potente può operare quello spostamento del confine semantico tra lecito e illecito da cui dipende in definitiva la definizione stessa del reato: non accontentandosi dell’immunità da eventuali sanzioni che gli viene garantita dal proprio status e dal carattere spesso invisibile dei propri reati (basti pensare alle difficoltà investigative di risalire alle origini illecite di determinati proventi), potrebbe facilmente ottenere di veder tramutato il proprio vizio addirittura in virtù.

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Conosci l'autore

Vincenzo Ruggiero

Vincenzo Ruggiero è professore di Sociologia e direttore del Crime and Conflict Research Centre presso la Middlesex University di Londra. Ha condotto attività di ricerca per diverse agenzie nazionali e internazionali, tra cui la Commissione europea e le Nazioni Unite. Tra i suoi libri in italiano: La roba (Pratiche Editrice, 1992); Economie sporche (Bollati Boringhieri, 1996); Delitti dei deboli e dei potenti (Bollati Boringhieri, 1999); Movimenti nella città (Bollati Boringhieri, 2000); Crimini dell’immaginazione (il Saggiatore, 2005); La violenza politica (Laterza, 2006); Potere e violenza (Franco Angeli, 2009); Il delitto, la legge, la pena (Edizioni Gruppo Abele, 2011), I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico (Feltrinelli,...

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