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Questo libro è l'esatto contrario di un freddo saggio sociologico sull'immigrazione: è un mosaico di stanze intime, un coro di donne che usano le parole come ponti e come ferite. Daniela Finocchi raccoglie racconti in cui l'italiano non è solo una lingua da imparare per sopravvivere, ma diventa una veste nuova, a volte stretta, a volte accogliente, con cui rivestire la propria identità sradicata.
Parole dure, incalzanti, che nulla nascondono della terribile realtà. Viaggi intrapresi con una speranza di riscatto a volte non mantenuta. L’amore delle donne che non si esaurisce: per una madre, per una città, per una sorella, per un’amica. L’urgenza del ricordo e il bisogno di lasciare alle figlie e ai figli la propria “eredità senza dote” creano un tessuto complesso e ricco. Queste le storie di donne albanesi, cinesi, vietnamite, argentine, brasiliane, croate, nigeriane, iraniane, indiane, romene, albanesi, serbe, cubane, congolesi e di tante altre nazionalità che hanno partecipato alla Quarta edizione del Concorso letterario nazionale “Lingua Madre”. Cammini lenti e faticosi che con caparbietà le donne compiono alla ricerca di un equilibrio che trovano magari nella maternità, nel confronto e nell’amicizia con altre donne o nei piccoli gesti quotidiani che rendono un piatto ricco, fresco e colorato come il tabboulé un sinonimo di corretta integrazione. Perché le persone «non devono sciogliersi le une nelle altre, non devono perdere la propria entità culturale, ma devono fare in modo di comporre una realtà colorata, vivace e appetitosa, che stuzzica il desiderio di ognuno di conoscersi a vicenda».
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