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Otia imperialia, "Medioevo del meraviglioso": quasi una prova tangibile del medioevo oscuro dell'Illuminismo, ottenebrato dall'ignoranza e dalla superstizione. In realtà, oggi, nessuno crede più all'esistenza di un medioevo al buio; ma il razionalismo, che ci ha privato della mistica, ci ha privato della possibilità di avere con gli Otia imperialia un rapporto di cospirazione. Li leggiamo senza intuirne la fede, in modo antropologico; divertendoci per il catalogo dei mirabilia, ma senza stupirci: la qual cosa ci rende lettori assai poco collaborativi. Perché è lo stupore la risposta, che Gervasio si attende da Ottone imperatore, cui dedica questa fatica. Gli Otia sono intrattenimento di cose prodigiose, che l'autore vuole certificare credibili benché incredibili: "ho visto", "è dimostrabile", "esiste", "c'è", "lo dice Agostino". Gervasio vive nel XII secolo della riscoperta di Aristotele, ma vi partecipa con un empirismo fantastico, con un'esplosione mistica dell'empiria. Il suo medioevo è quello dell'espansione oltre confine: viaggio, scoperta dell'ignoto, rimappatura del mondo... quando l'austerità monastica si sgrana, tutto diventa urbano ed economico, anche lo stupore. In fondo, il prodigio altro non è che un miracolo laicizzato dal folclore. L'esito scontato è il Decameron: ma per giungere alla "penna dell'agnolo Gabriello" il passo non è poi così breve. Bisogna che tutto si prosciughi in novella e che il prodigio perda ogni contaminazione con il sacro. Gervasio approda a Carocci dopo una precedente edizione per Pacini nel 2009 (Il libro delle meraviglie, a cura di Elisabetta Bartoli). I volumi sono omologhi, guidati dalla strategia farmacologica del "principio attivo": si pubblica il libro terzo, gli altri due sono eccipienti.
Francesco Mosetti Casaretto
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