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La storia di una famiglia che parte da Odessa verso Parigi, poi Vienna, Londra, il Giappone. Un bellissimo libro con qualche parte molto descrittiva che rende la lettura un po’ pesante, ma poi si riscatta nei capitoli successivi. Da leggere
“Non so più se questo libro parli della mia famiglia, della memoria, di me o se sia ancora un libro su certi oggettini giapponesi.” Così afferma l'autore e anche in me, a distanza di giorni, aleggia la sensazione di un lungo, vorticoso viaggio nel Tempo, nello Spazio e nella Storia. Una sorta di Orient-Express che percorre Parigi di fine ottocento e le collezioni impressioniste, Vienna degli anni '20 e l'avvento del nazismo come un vento freddo che vortica per le strade, i grandi palazzi, le collezioni d'arte, L'Inghilterra, Tokyo e infine Odessa, da dove tutto è partito. Edmund de Waal ha il dono di non appesantire nessuna vicenda privata di sentimentalismo per renderla fruibile a livello storico, Così come si rigira fra le mani uno dei 264 netsuke, piccoli oggetti giapponesi ricevuti in eredità, ogni dettaglio narrato è un dono da portare in tasca, da rigirare fra le dita per apprezzarne la consistenza, i dettagli e, idealmente, tramandarne il Viaggio. Raffinato e avvincente.
Affascinante e scritto con raffinata eleganza, racconta la storia della famiglia dell'autore e dei suoi avi e spazia dalla storia dell'Anschluss all'arte, alla cultura e al collezionismo.
Recensioni
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Alcuni hanno intarsi di ambra o di corno per gli occhi. Altri, fra i più antichi, sono leggermente consumati: l'anca del fauno disteso tra le foglie non è più perfettamente delineata. Si nota una minuscola crepa, un difetto quasi impercettibile sulla cicala. Chi l'ha fatta cadere? Quando e dove?
L’arte giapponese dei netsuke è antica e raffinata.
Attraverso la modellazione di piccoli pezzi di legno o di avorio, allude alle qualità di materie diverse, evoca piccoli ed incisivi quadretti di vita, racconta le virtù di animali, traduce in una fissità minerale scene mitologiche.
Gli oggetti, naturalmente, portano sempre con sé la storia di coloro cui sono appartenuti, ma leggere nelle crepe di una tazza di porcellana la vicenda della famiglia cui quello stesso manufatto è appartenuto rischia facilmente di diventare un puro esercizio retorico, o di trasformarsi nella rievocazione sentimentale e sfocata di un momento storico mai vissuto in prima persona.
Edmund de Waal, però, è un ceramista d’eccezione, un artista, e vuole trattare le parole con la stessa intensità e precisione che riserva ai suoi vasi.
Niente immagini sentimentali, dunque, né atmosfere virate al seppia.
Per raccontare una storia come quella che de Waal ha deciso di raccontare, ci vuole una precisione assoluta: una tensione quasi zen verso la materia sfuggente e ricchissima che è al cuore del racconto.
Quando la linea ereditaria cui appartiene lo rende depositario di una collezione di 264 piccole sculture giapponesi, de Waal sente il bisogno di attraversare gli ambienti in cui quegli oggetti hanno abitato, di ripercorrerne le migrazioni fra tanti paesi, di raccontare la storia della propria famiglia trasfigurandone i successi, le sfortune, i rovesci e le resurrezioni attraverso le vicende avventurose di quello zoo in miniatura, passato di mano in mano e oggi miracolosamente ancora intonso.
La storia raccontata in Un'eredità di avorio e ambra (il cui titolo originale allude alla lepre dagli occhi d'ambra fra i pezzi più pregiati della collezione) prende le mosse dalla passione per l’arte ed il bello che caratterizzò la vita di Charles Ephrussi, rampollo terzogenito di una famiglia di ricchissimi ebrei ucraini stabilitasi a Parigi verso la metà dell’ottocento.
Charles, intenditore sui generis di tutto quanto ai suoi occhi rappresentasse un'idea di bellezza, è una figura che sola basterebbe a riempire una biografia strepitosa: colto, curioso, amante dell’arte e collezionista infaticabile, mescolò i suoi passi a quelli dell’alta borghesia parigina di quegli anni, incrociando le strade di romanzieri, pittori, musicisti che avrebbero con la loro opera gettato i semi di un lunghissimo germogliare umanistico.
Charles fu – fra le tante cose che avrebbe avuto modo di essere nella sua vita – precursore di quel japonisme che per alcuni divenne una vera e propria religione. S’imbatté nei netsuke importati a Parigi da alcuni mercanti, in seguito all’apertura del paese levantino ai commerci internazionali, e queste piccole, deliziose sculture gli piacquero al punto da spingerlo a riunire una collezione di grande valore, per farne dono al cugino Viktor nel momento del suo matrimonio con Emma, nella Vienna del 1899.
È il primo dei tanti passaggi di un testimone che, nella sua peregrinazione perpetua, accompagnerà le sorti di questa famiglia graziata dalla presenza di uomini e donne straordinari, passerà incolume dalla persecuzione degli ebrei e continuerà a rappresentare un ideale di grazia in tempi difficili, fino a ritornare per un periodo addirittura da quel Giappone dal quale era partito un secolo prima, fra le mani amorevoli di "Zio Iggie", colui che contagerà con la sua passione per i netsuke l'autore del libro e oggi impeccabile estensore di questa biografia famigliare dal respiro largo e molto ben scritta.
Edmund de Waal compie un’incursione audace in un territorio sconosciuto, e riesce con la sua sapienza di artigiano a tornire un racconto scintillante e preciso, vera e propria elegia dell’attenzione, cui ci piacerà tornare negli anni come si torna ad un oggetto amato.
A cura di Wuz.it
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