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Devo dire che dalla presentazione mi aspettavo di più. Specialmente l’inizio è stato un po’ deludente, con un umorismo che ho trovato scialbo e forzato (il cosiddetto “spirito di patate”). I vari capitoli descrivono episodi di fantasia legati alla programmazione di uno storico (reale) cinema bolognese d’essai, che fanno da cornice e offrono pretesti più o meno convincenti all’interazione dei personaggi, che devo dire sono ben delineati nei loro caratteri, pregi e difetti e nelle buffe interazioni tra loro: il direttore della cineteca, sua moglie, la segretaria, più altri personaggi di contorno: il critico cinematografico, il macchinista, il mimo, la traduttrice e altri. Racconti e storie di fantasia ambientate a Bologna, che ci viene fatta vivere con citazioni ed espressioni dialettali locali, oltre a riferimenti a luoghi, avvenimenti, usanze… Da bolognese mi sono goduto molto questo aspetto: leggendo immaginavo i dialoghi con quel tipico e marcato accento. Ho particolarmente apprezzato cinque capitoli/racconti, a partire dal quinto in poi (Le reggitrici). Dopo il sesto (il Venditore di popcorn), altri tre capitoli di scarsa attrattiva per i miei gusti, per poi riprendersi con gli ultimi tre capitoli decisamente azzeccati (Bere bene, Festival, La sparizione dell’ospite d’onore), ben ritmati con una suspense da giallo. Nel complesso ho comunque gradito l’opera: un omaggio scanzonato all’arte cinematografica da parte di un cinefilo, che oltre ad aver sperimentato altri linguaggi ed esperienze di scrittura (è autore anche di un bel libro per bambini, il Libro dei Vetuschi, che ho già letto e recensito in passato) si è cimentato nuovamente a condividere la sua passione nel suo ultimo recentissimo libro, un omaggio al cinema di Woody Allen (personaggio che tra l’altro è citato anche in un capitolo di “Lumiére Lumiére”).
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